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Kibera, una “badilata nella faccia”.

Leggi la testimonianza di Maurizio, volontario in visita al progetto Nairobi lo scorso settembre.

Ho avuto la fortuna di partecipare al viaggio a Nairobi, in occasione dell’inaugurazione di Paolo’s Home, progetto portato avanti con capacità e prossimità alla popolazione locale africana da parte di Cittadinanza Onlus. L’organizzazione e l’attenzione ai particolari ha reso possibile non vivere quei giorni da turista, ma di immergersi in una realtà difficile da comprendere se non vissuta in loco. Ciò è stato reso possibile grazie al programma di viaggio pensato per noi, che ha reso possibile un continuo contatto con la popolazione locale e con esperienze anche crude che però sono state interiorizzate senza tante parole inutili dai partecipanti. Il metodo induttivo al quale fa riferimento Papa Francesco si basa su tre concetti: “osservare-giudicare –agire”. Abbiamo osservato il contesto di una realtà nemmeno lontanamente paragonabile alla nostra europea e la sensazione è stata quella di una “badilata in faccia che ti lasciava senza parole”. La conseguente riflessione e come relazionarsi con i temi del terzo mondo viene lasciata ad ognuno di noi.

La partecipazione alla riunione delle madri con figli con problemi fisici e psichici mi ha consentito di comprendere come queste donne, quasi sempre abbandonate dall’uomo e disprezzate dalla società locale perché ritenute incomprensibilmente responsabili della malattia dei propri figli, siano in grado di lottare, di sacrificarsi ed amare il proprio figlio, dimenticando sè stesse e la propria vita. Uno dei pochi momenti in cui riescono a valutare la propria situazione avviene quando si incontrano con altre donne nella stessa condizione e studiano come sopravvivere, tenere in vita e curare l’amato figlio e progettare qualche iniziativa portata avanti insieme per il mangiare e le medicine. Questi miniprogetti vengono sottoposti all’attenzione dei responsabili di Paolo’s Home per aiutarli nella gestione di un fondo comune in grado di aiutarli nella sopravvivenza. Abbiamo visitato la baracca di una di loro all’interno della baraccopoli la Kibera (dove vivono più di 500.000 persone) e l’abbiamo raggiunta dopo circa 45 minuti di cammino in mezzo a buche, percorsi senza alcun tipo di strada e saliscendi continui adiacenti a piccoli corsi d’acqua di liquami vari. E’ inutile dire che non vi è luce, gas ed acqua corrente ed il cibo viene scaldato in piccoli contenitori di carbonella che però spesso non possono essere utilizzati vicino alla baracca perché i percorsi sono inagibili.

La baracca di dimensioni di 4 metri per 4 circa era senza finestre ed erano stati appesi fogli e disegni alle pareti di lamiera, nonché qualche luce, tipo le nostre natalizie, per consentire al bimbo di 11 anni, che non si poteva alzare, di distrarsi. Nella baracca vivevano 4 persone (nonna, 2 sorelle fra cui la madre ed il figlio che non era in grado di camminare). Con molta dignità la madre ci ha espresso la sua difficoltà a reperire soldi per le medicine. Ma la vera “badilata in faccia” l’ho ricevuta quando la stessa mi ha precisato che quel percorso che io avevo fatto a piedi con una certa difficoltà veniva percorso da lei quotidianamente con il figlio in spalla, per portare il ragazzo del peso di 35 kilogrammi al centro Paolo’s Home per le cure fisioterapiche, ben consapevole che continuando a vivere in quella baracca e crescendo il figlio non sarebbe stato per lei possibile portarlo a spalla alle cure, ma non per questo si lamentava della sua situazione e continuava la sua attività giornaliera senza visioni pessimistiche della sua vita. Per due ore non ho più parlato perché ogni commento era inutile. Forse un aiuto specifico potrebbe essere fornito a progetti di queste madri con tali problemi.

Altra “badilata” è stata la visita al mattino presto al posto, sempre a Kibera, dove dormivano bambini di strada che però, da ciò che dicevano, capivi che potrebbero essere recuperati se strappati a quella realtà senza futuro. Anche qui ero accompagnato da istruttori specializzati nel recupero di questi bambini. Sto ancora riflettendo sulle sensazioni e sulle esperienza vissute nel viaggio.

Un abbraccio a tutti
Maurizio Ioli