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Lo sguardo di Bruna (21)

In Kenya il Covid rallenta e le misure di confinamento si allentano. Le scuole, inclusa la nostra Paolo’s Home, hanno finalmente riaperto i battenti. Ma oltre alle difficoltà legate ai mesi di pandemia, tanti sono in generale gli ostacoli che i bambini in Kenya incontrano per accedere all’istruzione. Tra loro, i più colpiti, sono i bimbi con disabilità che soffrono lo stigma della comunità. Bruna, nostra volontaria in loco, ci racconta gli sviluppi della realtà di cui ci prendiamo cura.

Il Covid rallenta

All’inizio di maggio, grazie a un leggero miglioramento dei dati sul contagio da Covid 19, e rispondendo alle pressioni per la preoccupante situazione economica del paese, il governo del Kenya ha alleggerito le misure di contenimento in vigore dalla fine di marzo, tra l’altro riducendo le ore di coprifuoco e togliendo il divieto di viaggiare nelle 5 contee, tra cui Nairobi, di cui non si potevano varcare i confini da marzo. Lunedí 10 maggio sono state riaperte anche le scuole. I piccoli ammessi al centro diurno di Paolo’s Home hanno perció ricominciato a frequentare giornalmente le attivitá, cosí come i bambini dimessi e inseriti nelle scuole di Kibera, alcune decine ormai, che il centro continua a seguire sia per le terapie ambulatoriali sia nel percorso di inclusione scolastica.

I banchi vuoti

Ci sono peró diversi banchi vuoti. Anche alcuni dei nostri bambini non hanno superato il contagio. Altri si sono trasferiti con la famiglia al villaggio di origine durante i due periodi di lockdown in cui i genitori hanno perso il lavoro. Ora sono troppo lontaní da Nairobi per poterli sostenere ancora. Molti sono i banchi vuoti anche nelle altre scuole. Secondo dati diffusi dal Ministero dell’educazione, 194.000 scolari che avevano superato l’esame alla fine della scuola primaria non risultano nell’elenco degli studenti che hanno sostenuto quello di maturitá nelle scorse settimane. Una vera emoraggia che si é aggravata a causa della pandemia. Molte famiglie, infatti, non hanno piú le risorse necessarie per le tasse di iscrizione, per l’acquisto dei libri e della divisa, che, secondo l’ereditá coloniale britannica, tutti gli scolari e gli studenti devono indossare tra i banchi.

I limiti del sistema scolastico kenyano

D’altra parte, il servizio che il governo é in grado di offrire è veramente limitato. Le scuole statali non sono neppure lontanamente sufficienti a dare istruzione ai bambini e ai ragazzi in etá dell’obbligo. Un solo esempio: in tutta la vastissima zona di Dagoretti, dove si trova Kivuli e dove Paolo’s Home, sostenuto da Cittadinanza, ha aperto un ambulatorio per la fisioterapia, ci sono solo 19 scuole pubbliche. Tutte le altre sono private, molte ben poco attrezzate per garantire un’istruzione appropriata e di qualitá. Eppure la frequenza scolastica è obbligatoria per almeno 11 anni, (2 di scuola preparatoria, 4 di scuola primaria inferiore, 3 di scuola primaria superiore) secondo il nuovo curriculum scolastico, entrato in vigore nel 2018. E anche la frequenza della scuola secondaria è fortemente incentivata. Ma, come spesso succede non solo in Kenya, tra le disposizioni scritte e la realtá il divario è enorme a partire dal numero di posti che il governo riesce a mettere a disposizione. Inoltre non c’è nessuna forma di sostegno e di controllo e neppure di sanzione alle famiglie i cui figli evadono l’obbligo scolastico.

Il diritto all’istruzione per i bimbi con disabilità

Anche per quanto riguarda il diritto all’istruzione delle persone disabili, dei minori in particolare, si verifica che i documenti di indirizzo politico, spesso apprezzabili e talvolta addirittura all’avanguardia, non si traducono poi in provvedimenti applicati. Sulla carta, l’inclusione scolastica è uno dei pilastri dell’educazione nel paese. Nella realtá, si stima che solo circa il 10% degli aventi diritto frequenta la scuola. Nulla si sa sulle condizioni e sui risultati di questi bambini inclusi nel sistema educativo nazionale. E i fortunati sono concentrati nelle grandi cittá. Per una proposta di progetto che abbiamo preparato nelle scorse settimane in partnership con altre organizzazioni, abbiamo raccolto informazioni sulla contea di Kajiado, che confina con Nairobi. È una contea con zone urbanizzate di medie dimensioni e una popolazione di oltre 1 milione e 120mila abitanti. I funzionari governativi interpellati dichiarano di non avere nessuna possibilitá di fornire dati sui minori disabili perché la loro condizione non viene rilevata dalle statistiche, neppure da quelle per la protezione dei bambini con particolari bisogni. In tutta la vastissima contea, esiste, inoltre, solo una scuola frequentabile da bambini disabili. Le altre non sono adatte prima di tutto perché non accessibili a causa di barriere architettoniche molteplici e poi perché il personale scolastico non é minimamente preparato a riceverli.

Piccole gocce contro lo stigma

Gravissimo e molto radicato é lo stigma. I funzionari con cui abbiamo parlato ci hanno detto che la maggior parte dei bambini con bisogni speciali vengono tenuti in casa dalle famiglie che forniscono loro il minimo di assistenza necessaria alla stessa sopravvivenza. D’altra parte, ci ha detto un funzionario particolarmente sensibile, quei pochi che chiedono aiuto non hanno nessuna risposta. “Non sappiamo che cosa fare per loro perché non abbiamo nessuno strumento per soddisfare il loro diritto alla riabilitazione e all’educazione. Diritto per altro garantito dalla nostra costituzione”. Il senso di frustrazione alla fine di questi incontri è enorme. Nonostante il nostro impegno e il sostegno continuo dei nostri donatori, quello che riusciamo a fare é davvero una goccia in un mare sconfinato di bisogno. Eppure una piccola soddisfazione l’abbiamo avuta. Uno dei responsabili della protezione dei minori ci ha detto che ora che conosce Paolo’s Home sa dove rivolgersi almeno per fornire un orientamento alle famiglie dei bambini con bisogni speciali che d’ora in poi si rivolgeranno al suo ufficio.

 

Bruna Sironi, dal 2018 volontaria di Cittadinanza a Nairobi, collabora stabilmente con la rivista Nigrizia e ha alle spalle oltre 20 anni di cooperazione in Africa.