A cavallo tra maggio e giugno 2023 si è svolta la missione in Etiopia di Cittadinanza Onlus, a cui hanno preso parte il direttore Alessandro Latini e le dott.sse Simona Di Marco (Rimini) e Monica Pacetti (Forlì), psichiatre in servizio presso l’AUSL Romagna, partner del progetto ACCESS.

Da Ottobre 2022, infatti, Cittadinanza sostiene questo progetto in Etiopia che comprende le woreda (distretti) di Wolisso, Goro, Gurura, Dilella e Korke, a circa 110 chilometri a sud ovest dalla capitale Addis Abeba. Gli obiettivi dell’intervento mirano a garantire l’accesso ai servizi di diagnosi e riabilitazione per i bambini con disabilità, monitorando in particolare l’ambulatorio di salute mentale dell’Ospedale St. Luke e assicurando le visite di controllo e monitoraggio dei pazienti psichiatrici ed epilettici presso i centri di salute territoriali (piccoli ambulatori di prossimità). Un altro obiettivo è quello di avviare un percorso di formazione e sensibilizzazione sul tema dell’epilessia che permetta sempre più la diagnosi e presa in carico dei pazienti epilettici, di cui il 23% sono bambini.

La missione in due settimane

La missione è stata ricca di riunioni e appuntamenti. La settimana è Iniziata a Wolisso,  presso l’ospedale St.Luke, nel reparto di Fisioterapia: qui sono stati consegnati tutori, nastri e materiale formativo alla fisioterapista Meaza Ketema, con cui c’è stato modo di confrontarsi sulla situazione dell’affluenza e delle risorse dell’ambulatorio. È avvenuta anche la consegna di farmaci alla Farmacia dell’ospedale, specialmente antiepilettici e integratori in gocce per l’Unità di Terapia Intensiva Neonatale. Per quanto riguarda invece le attività fuori dall’ospedale, sono stati visitati il Centro di Salute territoriale di Korke e l’ambulatorio di Psichiatria del nuovo Ospedale Governativo a Wolisso. 

La collaborazione tra lo staff dell’ambulatorio di salute mentale e tra le dott.sse dell’AUSL Romagna

Durante la missione, le Dott.sse Pacetti e Di Marco, psichiatre presso l’Ausl Romagna in missione hanno condiviso con lo staff locale 6 giornate di presenza nell’ambulatorio di salute mentale dell’ospedale Saint-Luke, durante le quali hanno affiancato l’equipe composta da due infermieri specializzati in salute mentale, uno psicologo e un infermiere specializzato in tirocinio.

Il lavoro con il team locale si è svolto attraverso visite congiunte di pazienti, discussione dei casi, confronto relativo alla psicopatologia, approfondimento della situazione e dei contesti culturali e sociali oltre che valutazione delle prescrizioni farmacologiche.

I colloqui tra il team sono stati svolti in inglese e i casi maggiormente frequenti hanno riguardato condizioni di epilessia, schizofrenia, disturbi depressivi e di ansia, disturbi dovuti all’uso di sostanze stupefacenti come il Khat e i tentativi di suicidio di giovani donne in seguito a dinamiche familiari come matrimoni contro la loro volontà.

Spesso la maggior parte dei pazienti con sintomi psichiatrici prima di recarsi al MHU ricerca trattamenti presso i guaritori tradizionali prevalentemente nell’ambito di contesti religiosi. Molto diffuso è il ricorso all’ Holy Water (pozze d’acqua “santa” considerata curativa) presso le Chiese ortodosse. Solo nel caso in cui tali trattamenti falliscano nel raggiungimento della guarigione, i pazienti ricorrono ai trattamenti biomedici. Il Team dell’ambulatorio sostiene l’integrazione delle pratiche tradizionali con quelle biomediche esercitate presso il Centro.

L’affiancamento sul campo ha permesso inoltre di individuare degli obiettivi e delle piste di lavoro future tra cui una proposta operativa sullo sviluppo di un programma di follow-up, attraverso monitoraggi telefonici, dei pazienti che tentano l’interruzione della terapia farmacologica prescritta dallo staff.
Inoltre viene confermata la disponibilità da entrambe le parti a proseguire quanto già iniziato nei mesi precedenti alla missione: incontri a distanza finalizzati alla condivisione di esperienze e discussione di casi clinici seguiti nei Centri di Salute Mentale di appartenenza (Wolisso, Rimini, Forlì e Ravenna) con la collaborazione dei medici psichiatri italiani Dott. Melella, Dott.ssa Pacetti, Dott.ssa Di Marco e Dott.ssa Mattioli.

Incontri speciali a Chitu, nelle campagne intorno a Wolisso

Dal punto di vista del lavoro sulle comunità, diversi giorni sono stati dedicati anche all’incontro con il nostro partner locale VCBRA, a cui si sono anche lasciati abiti per bambini e giocattoli raccolti in Italia.
In particolare, nel corso delle due settimane in Etiopia, il direttore e le dottoresse sono andati a trovare quattro famiglie nell’area di Chitu, distante 40 minuti circa dall’ ospedale St. Luke.

Hanno incontrato Lemi, bambino di 5 anni colpito da paralisi cerebrale, che ha ricevuto un walk-in aid con cui può esercitarsi negli spostamenti sulle proprie gambe. Poi sono passati da Hiripe, ragazza di 14 anni con sindrome di Down che grazie al programma di riabilitazione su base comunitaria ora partecipa ad alcune attività domestiche e frequenta la scuola. Quando sono arrivati a casa di Tizita, bambina di 8 anni che per una paralisi celebrale non riesce a parlare, con un gran sorriso la piccola ha subito mostrato come l’operatrice di Vision Derartu le ha insegnato a lavarsi le mani e il viso. Oltre a ciò cammina, si nutre e si veste in autonomia, tutte attività che prima le erano impossibili.

Queste famiglie, inoltre, hanno ricevuto sostegno dal Income Generation Program, un percorso di empowerment economico per le madri dei bimbi con disabilità, attraverso cui riescono a risparmiare e a chiedere dei microcrediti per poter avviare piccole attività generatrici di reddito. Ad esempio l’acquisto di bestiame come pecore e galline, o come in caso della famiglia di Tizita, una mucca.

L’ultima famiglia è quella di Ermiyas, bimba di 4 anni colpita da paralisi celebrale che ha ricevuto un standing-aid grazie al quale può finalmente interagire col mondo circostante perchè l’ausilio le permette di  rimanere in posizione eretta.

Cerimonia del caffè:  la sensibilizzazione comunitaria nella condivisione

Durante la visita al piccolo Lemi si è tenuto un momento di sensibilizzazione comunitaria proprio a casa della sua famiglia. E’ stata organizzata una cerimonia del caffè, che nella cultura etiope è molto sentito. Si tratta di un momento dove la comunità si ritrova e che spesso VCBRA utilizza per sensibilizzare su tanti argomenti.  Si è parlato del tema della disabilità insieme a una ventina di persone tra vicini e parenti, con un’importante novità: il discorso è stato arricchito di contenuti legati al tema dell’epilessia, grazie a una formazione degli operatori di VCBRA tenuta da Sintu Wujira, infermiere specializzato, responsabile dell’ambulatorio di psichiatria del St. Luke.

Come riportato dal direttore di Cittadinanza, le attività svolte da VCBRA si riconfermano un lavoro fondamentale, sia per la presa in carico individuale dei bambini con disabilità, sia per le attività di  sensibilizzazione comunitaria. Quest’ultima ha colpito particolarmente le dott.sse Di Marco e Pacetti, che vi ritrovano l’approccio corretto per un’azione di “psicoeducazione”, e quindi una strada buona da continuare a percorrere.


Approfondimenti: Cos’è la CBR o riabilitazione su base comunitaria?
Per rispondere ci facciamo aiutare dalle parole della fisioterapista Serena Pizzato, che collabora con Cittadinanza da diversi anni.

La riabilitazione su base comunitaria è un approccio riabilitativo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità appoggia con gran fervore da molti anni. Lo scopo è semplice: nei paesi a basso reddito e soprattutto nelle campagne non ci sono operatori sufficienti per coprire grandi aree, quindi il fisioterapista o il professionista condivide le proprie competenze con altre persone: possono essere educatori, volontari, i membri della famiglia del paziente, persone che possono essere formate con le tecniche base e in questo modo permettere alla riabilitazione di entrare nelle case e raggiungere la persona con disabilità. In questo modo le stimolazioni e la cura del bambino possono essere seguite molto più a casa e avere dei punti di riferimento come l’ospedale o i centri di salute dove ciclicamente si può fare il punto della situazione e programmare gli step successivi. Si tratta di una modalità di intervento che sposa l’approccio medico e quello sociale. Grazie a questo apporto anche sociale, la persona viene intanto riconosciuta e iscritta all’anagrafe, la famiglia riceve dei supporti, le mamme possono ricevere dei microcrediti. In qualche modo i professionisti condividono la loro professionalità con tutte le altre figure che ruotano intorno alla loro famiglia.